Albano-Ariccia, don Antonio: “Impariamo dagli anziani, la connessione social non sostituisca quella reale, specie in epoca di Covid”

Albano-Ariccia, don Antonio: “Impariamo dagli anziani, la connessione social non sostituisca quella reale, specie in epoca di Covid”

Nella sua omelia di oggi 23 gennaio don Antonio Salimbeni, parroco nelle due parrocchie di Albano-Cancelliera e Ariccia-Fontana di Papa ha sottolineato l’importanza della socialità e della ‘connessione’ personale in un’epoca segnata dalla pandemia, dal distanziamento sociale imposto dal virus da Covid 19 e della nuove tecnologie, che distanziano sempre di più le persone ed i reciproci rapporti. “Cari fratelli e sorelle – ha sostenuto don Antonio – in questo primo scorcio di questo nuovo anno ho pensato di rivolgermi a voi per portare alla vostra attenzione un tema molto importante, che riguarda molti di noi da vicino, anche in questo tempo, che sta mettendo così a dura prova tutta l’umanità. Volevo parlarvi di una condizione oggi molto comune che non si limita ad affliggere quelle persone che, secondo la cultura imperante nel mondo di oggi, sono considerate “l’ultima ruota del carro”, soggetti problematici, da nascondere, o peggio, ignorare, cioè gli anziani e gli ammalati, ma che colpisce anche i giovani e le famiglie: la solitudine, l’emarginazione, l’abbandono.

Agli occhi del Signore, gli anziani e gli ammalati non sono marginali; agli occhi del Signore la debolezza non è un disvalore, ma è una condizione dove si manifesta la forza dell’Amore; come scrive San Paolo “Quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La malattia è una condizione di grande difficoltà, dove, molto spesso la fa da padrona la sofferenza, dove si insinua la disperazione; molte volte ci si chiede dove sia Dio in questi casi. Invece è proprio in questi momenti che Dio ci dona la possibilità di contribuire a far superare la prova degli impedimenti fisici e del dolore mettendo in gioco noi stessi, donando noi stessi a chi vive quotidianamente le sofferenze, con una vicinanza non solo fisica ma con il cuore, accogliendolo e accudendolo con amore, aiutandolo, come il Cireneo, a portare questa pesante Croce.

Gesù, durante la sua predicazione, non si è mai tirato indietro, si è sempre chinato verso chiunque avesse un problema di salute, guarendo il suo male, non solo quello fisico, ma anche quello interiore. Noi non siamo Gesù, non siamo Dio, non possiamo curare imponendo le mani; possiamo però contribuire a curare esprimendo verso i fratelli malati tutto il nostro Amore, dando loro sostegno e dignità. E l’amore non implica mai distanza, è il contrario della solitudine. Ecco perché carissimi, credo che la nostra società, le nostre comunità, anche alla luce delle lezioni che abbiamo imparato e stiamo ancora imparando a causa dell’emergenza pandemica, debbano ancor di più essere capaci di esprimere vicinanza, sull’esempio della figura evangelica del Buon Samaritano, entrando nella dimensione della cura e dell’empatia, non solo dando assistenza concreta, ma essendo capaci di sostenere con coraggio la sofferenza dell’altro, facendosene carico, e tenendola in conto nell’ambito delle decisioni che riguardano l’andamento della comunità.

Così come per i malati, anche per gli anziani, cari fratelli e sorelle, dobbiamo riscoprire quale grande ricchezza rappresentano, sia da un punto di vista personale, ma anche da quello sociale e quello della fede. L’esperienza personale può essere fonte di esempio per chi, più giovane, affronta per la prima volta le varie fasi della vita, con le sue sfaccettature e le sue sorprese; da un punto di vista sociale l’anziano, depositario della storia e delle tradizioni di una comunità, ne custodisce e conserva le radici, trasmettendo l’amore ed il senso di appartenenza; dal punto di vista della fede, gli anziani contribuiscono alla trasmissione della fiamma dello Spirito con l’esempio dell’affidamento al Signore e della preghiera.

Papa Francesco ha detto, nell’ omelia della messa per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani da lui istituita, che gli anziani “sono quei pezzi di pane preziosi rimasti sulla tavola della nostra vita, che possono ancora nutrirci con una fragranza che abbiamo perso, la fragranza della memoria”. Questa bella immagine mi ha richiamato alla mente la parabola del Regno di Dio come lievito, che una donna mette, in piccola dose, nella pasta ed ecco che essa lievita tutta; gli anziani, i nostri nonni possono essere ancora forza che sostiene e fà crescere la nostra società, facendo sbocciare il fiore del futuro dal tronco della memoria. Per questo, carissimi, dobbiamo fare di tutto per includere, non scartare, gli anziani nella famiglia umana, garantendo loro i mezzi per una vita dignitosa, la tutela necessaria per la loro condizione, concedendo, anche, però, a loro spazi e ruoli dove possano continuare a dare preziosi contributi tramite le molteplici forme che la vita sociale ci offre. Non dobbiamo dimenticare, cari amici, anche i giovani le famiglie.

Con l’avvento dei social abbiamo pensato che la connessione virtuale potesse sostituire la connessione tra persone, la connessione che ha alla base il sentimento; nelle piazze virtuali, nonostante migliaia di like ed interazioni elettroniche ciò che risalta purtroppo è un senso di vuoto e un freddo distacco. Anche qui voglio citare il Santo Padre che ha affermato che i giovani assumono, nella società difficile di oggi, il compito di “stare in piedi mentre tutto sembra andare a rotoli; essere sentinelle che sanno vedere la luce nelle visioni notturne; essere costruttori in mezzo alle macerie,…..essere capaci di sognare….un giovane che non è capace di sognare è diventato vecchio prima del tempo”. Si, carissimi, noi dobbiamo permettere ai giovani di sognare, di esprimersi, di poter influenzare positivamente il mondo grazie al loro idealismo e alla loro voglia di contribuire a cambiare la realtà; dobbiamo farlo non con passività, o con la segreta speranza che falliscano e si “normalizzino”; dobbiamo accoglierli e ascoltarli, comprendendo i loro turbamenti, le loro sofferenze, le loro mancanze, star loro vicino davvero.

Dobbiamo essere guide amorevoli, che sostengono con affetto e comprensione, proprio come il Buon Pastore che conosce ogni pecora e per ogni pecora si preoccupa; occorre che parliamo al loro cuore, che sosteniamo ed alimentiamo la loro interiorità, per evitare, come ha detto il papa durante un incontro con i giovani giapponesi, che ci trasformiamo in una società di “zombi”, di “morti viventi” che si basa solo sull’esteriorità, ma che dentro si ritrova svuotata. Dobbiamo assicurare a loro una società in cui vedano la possibilità di un futuro, dove possano trovare il loro spazio, dove possano fare esperienza, anche loro, della dignità dell’essere umano, creato ad immagine e somiglianza del Creatore. In questo la famiglia è centrale; in famiglia, Chiesa domestica, prima comunità cristiana, si deve fare esperienza dell’Amore di Dio tramite l’amore dei genitori, si deve fare esperienza di vita di fraternità, nell’amore per il prossimo.

Cari fratelli e sorelle, essere cristiani deve portarci non ad essere scoraggiati di fronte a questa complessa realtà, ma ad agire, con gioia, tutti nel proprio ruolo e con il proprio carisma, per rendere concreto l’Amore che Gesù ci ha mostrato; la fede in Lui, nella Buona Novella che Egli ci porta, è più forte di qualunque disperazione e di qualsiasi tristezza. Come diceva San Giovanni Paolo II “solo Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, solo Lui lo sa”; affidiamoci a Cristo, quindi, perché nessun essere umano, uomo, donna, bambino anziano, ammalato si senta rifiutato ed abbandonato, ma faccia esperienza del calore che dà l’Amore di Dio espresso tramite la persona del suo prossimo. Sia lodato Gesù Cristo! Di cuore vi benedico.”

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AutoreL

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