La consapevolezza e la rete sociale come sostegno alle donne vittime di violenza

La consapevolezza e la rete sociale come sostegno alle donne vittime di violenza

Il Rapporto Mondiale su violenza e salute dell’OMS, presentato nel 2002 a Bruxelles, indica il fenomeno della violenza come uno dei principali problemi di salute pubblica in tutto il mondo e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli culturali, vissuti personali e scelte familiari che rendono il fenomeno molto più ampio di quanto si possa pensare.

A livello mondiale si stima che la violenza domestica rientri tra i fattori di rischio per la salute, sia fisica che psicologica, e che abbia effetti negativi superiori rispetto gli incidenti stradali e la malattia combinati insieme.

Se si vuole esplorare meglio la questione della violenza di genere, in particolar modo quella che avviene tra le mura di casa, è utile considerare il fatto che fra i partner esistono diverse realtà, a partire dai padri responsabili e collaborativi nella gestione del lavoro di cura dei figli fino agli stalker, passando dai violenti agli abusanti e maltrattanti verso i figli.

Se concentriamo l’attenzione sulla violenza all’interno delle relazioni familiari non dobbiamo soffermarci esclusivamente su forme di aggressione fisica e sessuale. La violenza spesso si manifesta in forme non visibili ad un occhio attento: spesso le vittime di violenza sono donne, ma non per questo le uniche, e vivono in un ambiente dove sono frequenti offese, accuse, mancanza di rispetto, limitazione delle proprie libertà personali come pure ricatti di tipo economico che sono all’ordine del giorno. Queste sono alcune delle forme in cui la violenza psicologica si manifesta e crea gravi scompensi nell’equilibrio psicofisico delle donne che la subiscono.

La violenza psicologica viene comunemente intesa come una forma subdola di maltrattamento che ha come elemento comune un meccanismo di sopraffazione che nel tempo mina il valore personale, il senso di identità, la dignità e l’autostima di un’altra persona.

Ma come si manifesta la violenza domestica? Generalmente con lesioni fisiche, abuso psicosociale, violenza sessuale, isolamento sociale, stalking, intimidazioni e maltrattamenti.  Ed è proprio grazie all’aiuto del medico, o comunque del personale sanitario, che è possibile individuare quantomeno i segni obbiettivabili, in particolar modo quelli che suggeriscono atteggiamenti di difesa, come ematomi alle estremità, fratture degli arti superiori e delle ossa metacarpali, o anche altre lesioni caratteristiche come segni di morsi, graffi, ustioni di sigaretta o da corda, segni di strangolamento.

Una domanda che spesso sorge spontanea è legata all’analisi di famiglie problematiche, in cui il risultato di un atteggiamento aggressivo è strettamente connesso ad un’esposizione prolungata di violenza domestica.

Perché qualcuno che si ama, o si dovrebbe amare incondizionatamente, improvvisamente viene trattato in maniera crudele? Cosa è riemerso in quella persona da farlo diventare strumento di violenza fisica ed emotiva?

Interessante esaminare la psiche dell’aggressore, anch’egli molto probabilmente in passato vittima di violenza, esplorando non solo i suoi vissuti e comportamenti disfunzionali attuali, ma anche in quale momento storico della sua vita ci sia stato quel black out mentale, in genere di natura traumatica, che porta con sé devastazione e dolore sia in chi agisce, che su chi subisce violenza.

Un filo comune che lega molte storie di violenza da parte di un ex partner lo si trova in un evento che viene definito l’ultimo incontro chiarificatore, legato spesso a casi di omicidio. Le storie di cronaca nera sono ricche di copioni ripetuti come fossero un rito sacrificale. Le modalità sono sempre le stesse: un appuntamento in macchina, a casa, o per strada, allo scopo di chiarirsi, con la promessa di essere l’ultimo. E molto spesso queste donne divengono vittime di omicidi efferati.

Alcuni di questi crimini rientrano nella fenomenologia dello stalking che, nonostante la buona nuova legge, è in aumento. Esso è definito come un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza e controllo, di ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una vittima che risulta infastidita e/o preoccupata da tali attenzioni e comportamenti non graditi.

Lo stalker può essere distinto

  • nell’Amante Rifiutato, alla ricerca disperata di un ultimo contatto con la vittima, in genere è il più aggressivo;
  • il Predatore che prende di mira la vittima per catturarla e esercitare violenza.
  • l’Uomo in cerca d’intimità con la vittima non sempre per finalità sessuali, che scrive lettere, invia regali, molesta più a lungo.
  • Inadeguato: corteggiatore senza chance, con scarse abilità sociali e intellettive, alla disperata ricerca di partners.
  • Rancoroso: incattivito dalla convinzione di aver subito un torto, in genere a basso rischio di violenza.

Altro aspetto interessante del fenomeno è descrivere le caratteristiche delle vittime di violenza che spesso tendono a reiterare relazioni di sfruttamento e di abuso, senza beneficiare dalle esperienze precedenti.

Possono essere considerati fattori di rischio la scarsa indipendenza economica della donna rispetto al partner come pure l’isolamento sociale inteso con una scarsa rete sociale che gravita intorno al nucleo della coppia/famiglia.

Essere vittime di violenza di genere è un evento traumatico che può portare a una significativa riduzione del benessere psicologico e fisico della donna. I sintomi depressivi e quelli riconducibili al Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) risultano maggiormente presenti tra le vittime di abusi, e in particolar modo, nel caso in cui la donna abbia subito anche altri traumi durante il corso della propria vita.

Il silenzio, l’indifferenza o il disinteresse trasmettono una tacita approvazione della violenza di genere. Al contrario, la consapevolezza, il riconoscimento del problema e la necessità di risolverlo, eventualmente rivolgendosi alle Istituzioni, sono il primo passo per iniziare a stare bene.

Da più parti, insomma, si sta diffondendo l’idea che la “questione maschile” e “la questione della libertà femminile” necessitino sempre più di interventi educativi di prevenzione, al fine di sradicare i modelli tradizionali che definiscono i generi in modo univoco. La prevenzione risulta essere fondamentale anche per quei trattamenti posti in essere dagli enti nati per aiutare gli autori di violenza: uomini che intraprendono un percorso di cambiamento per cessare il proprio comportamento aggressivo e possessivo nei confronti di moglie e figli.

Per la donna ogni momento di comunicazione all’esterno del proprio vissuto è un momento delicato e spesso decisivo rispetto alla possibilità di costruire un percorso di uscita dalla violenza: la consapevolezza che ne può derivare è fondamentale per riuscire a costruire un Sé più integrato che vada oltre le relazioni disfunzionali vissute.

Contro la violenza sulle donne occorre fare rete tra le diverse istituzioni, aumentando le risorse dedicate agli interventi, anche nel settore dell’educazione, finanziando dei centri antiviolenza e case rifugio e formando operatori e professionisti che saranno utili per riconoscere e gestire situazioni così complesse. Tutto questo al fine di sensibilizzare, educare e facilitare dunque un cambiamento culturale.

Maria Elena Cinti – Psicologo Psicoterapeuta Specialista in Psicologia Clinica

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Valentina INFO

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