Frascati, l’ex assessore Bruni: “Vi racconto il Covid-19”

Frascati, l’ex assessore Bruni: “Vi racconto il Covid-19”

L‘ex assessore alla cultura di Frascati, Emanuela Bruni, dopo aver contratto il Covid-19 e dopo averlo egregiamente superato, ha deciso di raccontare, tramite Facebook, la sua esperienza.

Un mal di testa apocalittico che non passa. Gli antinfiammatori, seppur forti, non risolvono: l’emicrania è sempre là, non demorde. A rincarare il malessere ecco la congestione delle vie respiratorie. Tutto intasato, tutto bloccato. Ecco la mia solita maledetta sinusite, penso, ingurgitando i soliti farmaci. Il mal di testa non passa, la congestione neppure: arriva la febbre e qualche colpetto di tosse. Sono i sintomi del Covid-19 che mi attanagliano” inizia così il toccante racconto di Emanuela Bruni.

Dopo 3 giorni di malesseri diffusi è arrivato il momento di telefonare al nuovo medico di base, che non conosco ancora. A luglio, insieme a circa 7000 concittadini, mi sono ritrovata a doverlo sostituire, infatti nonostante le deroghe annunciate in tutta Italia, a Frascati, tutti in un sol colpo, ne sono stati posti in quiescenza, sei o sette. Comunque chiamo questo sconosciuto, senza volto: gli elenco, pur fortemente stordita e confusa, i sintomi, gli dico che la febbre è oltre il 39 gradi, inusuale per me che sono un animale a “sangue freddo”. Lui non dice nulla, ascolta“.

Continuo a parlare a fatica e lui certamente lo percepisce, gli chiedo se sia il caso di fare un tampone. Lui risponde seccato: “cosi la devo denunciare!” Rispondo “Dottore faccia quel che deve fare, io sto male”. Gli elenco i farmaci che sto prendendo. Lui le mando la ricetta per il tampone e i farmaci, vada in tale farmacia, le troverà già stampate“.

Il racconto dell’ex assessore Bruni prosegue elencando i passaggi, prima in farmacia, poi in clinica, fino al fatidico risultato: POSITIVA AL COVID-19.

La paura sale, la suggestione gioca brutti scherzi, chiamo al telefono un amico tra le lacrime… lui cerca di tranquillizzarmi, ma ormai i mostri mi hanno agguantata. La notte passa tra un pianto e un tentativo di distrarmi: dalla tv arrivano solo immagini agghiaccianti di sale di terapia intensiva, mi manca l’aria, di dormire non e ne parla. Ogni piccolo gesto è una fatica gigantesca“.

Finalmente mattina, non ce la faccio ad alzarmi dal letto, pure prendere il telefono sul comodino mi sembra uno una grande sfida. Dieci squilli, quindici, richiamo il medico di base, nessuna risposta! In fondo meglio così, io non ce la faccio più neppure a parlare, 3 parole e ansimo! Le mani mi tremano, nella testa i fantasmi si susseguono ai mostri, la febbre gioca brutti scherzi e amplifica tutto, alla fine riesco a scrivergli un whatsapp: “Dottore sono positiva al Covid, sto male, che devo fare?” L’eternità si apre davanti a me, le ore passano e da lui nessuna risposta”.

Avevo sentito parlare degli USCA, le Unità Speciali di Continuità assistenziale con lo scopo di assistere a domicilio i pazienti, pensavo che mi avesse segnalato, invece no. E’ pomeriggio inoltrato quando arriva un messaggio confidenziale del mio medico: “Continua la tua quarantena”. Fine del messaggio. Non un’istruzione, non un dettaglio in più“.

Nella testa mille paure, attimi di panico che si concludono in una semplice frase mentre si prende l’ennesimo antidolorifico: “e adesso cosa devo fare?”

E’ passata una settimana, ancora 4 giorni e potrò nuovamente fare il tampone. Stessa trafila il medico di base non risponde, gli mando un messaggio e lui mi invia la prescrizione via Whatsapp. Stavolta prenoto il tampone molecolare, prendo l’automobile e vado al drive-in. Tutto veloce e professionale, torno a casa e aspetto che passino le 24 ore per il referto nella certezza che ormai ero fuori dal tunnel“.

“La mattina squilla il telefono, la Asl, con voce gentile, mi annuncia: “Lei è ancora positiva al Covid-19, come si sente?” rispondo “Adesso benino”. Naturalmente erano passati tra i primi sintomi e l’esito ormai 15 giorni. La voce gentile mi fa un breve screening telefonico e cosi scopro che loro erano in possesso di tutti gli esiti dei tamponi rapidi, da quindici giorni, ma che nessuno sino a quel momento mi aveva iscritto nel “registro dei positivi”. Poco dopo mi chiama CRI per spiegarmi come devo buttare la spazzatura, in quei lunghi 15 giorni sono stata fortunata: ho avuto amici che, quotidianamente, mi lasciavano la spesa fuori la porta”.

Sono passati 20 giorni dalla guarigione e oggi, Emanuela Bruni, ha deciso di raccontare la sua storia:

Ritengo che certi episodi vadano conosciuti per migliorare la prevenzione e la cura. Ho deciso di scrivere oggi dopo aver sentito l’ennesima trasmissione che parla di vaccini, scuole, zone gialle, zone rosse, Recovery Fund etc. Tutte belle parole, tutti temi importanti ma ancora non ho ascoltato nessuno che parli di una programmazione o riprogettazione di una medicina territoriale, o meglio, di prossimità, efficiente. Oggi finalmente si parla di inserire anche i tamponi antigenici nella contabilità dei positivi, alla buonora!”.

Io me la sono cavata e sono sicura di non ver infettato nessuno” prosegue Emanuela Brunima credo che un’attenzione maggiore da parte dei medici di famiglia ci vorrebbe“.

Per tantissimi medici che sul campo si prodigano anche oltre il dovuto, ve ne è altri che invece con i loro comportamenti superficiali e burocratici mettono a repentaglio non solo la salute dei propri assistiti ma di una comunità” termina la Bruni “da oggi, facciamo più attenzione ai medici di famiglia sono loro che sono in prima linea nella prevenzione“!.

Ringraziamo Emanuela Bruni per averci concesso di riportare le sue parole e la sua esperienza con il Covid-19.

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Redazione 2

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