Alla scoperta del cantautore napoletano Franco J Marino e del suo “tamué”

Alla scoperta del cantautore napoletano Franco J Marino e del suo “tamué”

Abbiamo intervistato il cantautore napoletano Franco J Marino, che sta facendo successo con il nuovo ritmo inventato da lui: il “tamué”.

Franco la tua fama ti precede, complimenti! Come nasce il tuo sodalizio con Tony Esposito?
Il nostro sodalizio parte già da lontano. Tony Esposito è stato il primo artista famoso che si è accorto di me, quando ero giovanissimo, che mi ha aiutato a crescere artisticamente. Con lui ho condiviso molte esperienze, nei live, nei pezzi scritti per lui, vari progetti e, in ultimo, questo disco.
La situazione si è ribaltata perché ho chiesto a lui di intervenire nel mio progetto e lui ha accettato subito perché gli è piaciuto molto il progetto, quindi continua questo nostro sodalizio, quest’amicizia
“.

“Procida” (Feat. Tony Esposito) è il singolo con cui presenti il tuo nuovo disco “Napolatino”. Perché hai scelto di partire da Procida? Con la macchina o senza?
Procida rappresenta un luogo magico: è un luogo legato alle mie radici, in quanto sono napoletano, ed è il posto dove Tony ha una casa. Inoltre è il punto di partenza delle nostre tournée: da Procida si partiva a suonare da Napoli in giù o da Napoli in su, e poi si tornava a Procida.
Quando ero piccolo, spesso andavo a Procida, prima con la mia famiglia e poi con i miei amici. È sempre stato un luogo geografico ben definito, quindi mi devo ripetere e dire che per me Procida è un isola magica.
Tra l’altro, anche il mio produttore, Mauro Malavasi, ha una vicenda che riguarda Procida, perché lui ascoltò proprio a Procida insieme a Win David il disco di Tony Esposito, per il quale io ho scritto sei brani.
Malavasi, da quel momento s’interessò a me, perché fu colpito dal mio modo di scrivere. Da lì nacque la mia conoscenza con il produttore.
Lo incontrai in seguito per iniziare una collaborazione che dura fino a oggi e, spero, anche in futuro.
Con lui ho scritto brani per Bocelli, Dalla e altri grandi, oltre che per la Disney americana. Abbiamo fatto molte cose insieme.
Procida è un posto magico, perché anche ‘Napolatino’ è nato qui.
Ricordo che era Pasqua, eravamo qui con Malavasi e altri per passare le festività insieme, con tranquillità.
Una sera, erano le 2 di notte, quando iniziai a suonare con loro e lì nacque ‘Napolatino’, in quanto sentivo l’esigenza di estrapolare un mio groove, un mio ritmo…
Pensavo a un ritmo nuovo, non alla banalità del momento, né ai testi fotocopiati o a quelli commerciali.
Volevo creare un ritmo fresco originale che si ricordasse, qualcosa che potevo lasciare in quest’ambiente, anche se parliamo di un ambiente che la maggior parte delle volte non è attento al valore artistico, bensì al fattore commerciale.
Questo ritmo fresco e originale è nato con ‘tamué’ a Procida: è una fusione tra elementi latini e napoletani ed è effettivamente una chiave originale e fresca.
I video sono stati girati a Procida, per questo il disco è partito da Procida, che poi è anche un brano che ho scritto molto originale, un blues su un ritmo nuovo che è il ‘tamué’.
Procida rimane il mio punto di riferimento, legato alle mie radici e al mio modo di essere. Questo progetto è nato anche per essere portato in giro in più parti del mondo, ma fondamentalmente lo dedico alla mia bella isola
“.

“Tamué”, uno stile di vita prima che genere musicale. Puoi spiegare il tuo concetto e come nasce questa parola?
Tamué nasce per caso. Ho creato questo ritmo su un tavolo di legno mentre Tony Esposito con le forchette faceva i tredicesimi. Io ho pensato di cambiare 2/3 accenti ed è diventata una cosa che non è salsa né merengue, né bossa nova né bachata.
Certo, non posso dire che sia una tarantella. Posso solo dire che questo ritmo ha in sé radici popolari legati anche alla danza popolare napoletana.
‘Tamué’ è un neologismo, è una parola inventata da me. ‘Tam’ corrisponde al suono del tamburo, ‘ué’ l’ho aggiunto pensando alla tipica espressione dell’arte napoletana nel vivere quotidiano.
Quello che conta, però, non è tanto il neologismo o come io sia arrivato a inventare questa parola, ma la sostanza, il ritmo, quello che trascina, che ispira la danza suadente.
Non è muscolosa o tatuata, è elegante, come io mi ritengo: non mi ci vedo a fare il reggaeton… Tra l’altro, il reggaeton non è neanche un ritmo italiano, ed essendo italiano volevo trovare un ritmo tutto nostro
“.

C’è qualcosa di cui vuoi parlare e che non ti ho chiesto?
Sì, volevo dire che sto facendo dei live.
Mi piace molto sottolineare la mia presenza al festival del MEI, dedicato alla musica indipendente, che ha un senso nel panorama musicale.
Inoltre, sto facendo un tour di presentazione negli store Feltrinelli e Mondadori.
Devo ringraziare tante persone, a partire da Malavasi e Tony Esposito, oltre, ovviamente, a tutti quelli che mi sono vicini e che mi supportano.
Vorrei chiudere questa intervista con una domanda: come si fa a tornare a non farsi fregare dalla tecnologia, a far ragionare le radio e i network e a tornare alla verità rispetto alla musica?

Dott.ssa Fulvia Di Iulio

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Redazione 2

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